Sito ufficiale dell’amministrazione comunale di Santa Giusta
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Il possesso della casa è sempre stato un elemento importante nella tradizione sarda, tanto da
costituire un requisito fondamentale negli accordi prematrimoniali fra le famiglie dei promessi
sposi; solitamente l’uomo adempiva a tale necessità, impegnandosi personalmente anche nella
costruzione. Per il sardo la definizione
domu indicava indifferentemente sia l’intera abitazione sia una sola stanza: la
letteratura storiografica indica che ciò trae origine dall’antica consuetudine dei ceti poveri,
i quali affermavano
"mellusu civraxiu in domo sua, qui non pani de scetti in domu de atrusu
" (meglio pane nero in casa propria che pane bianco in casa
altrui). Ciò indica che essi preferivano vivere i disagi della povertà in una sola stanza
piuttosto che dover affrontare gli inconvenienti della convivenza. Ancora oggi è facile ritrovare
nei centri storici dei paesi e perfino delle città, queste
abitazioni di un’unica stanza, magari costruite nella previsione, in seguito non
confortata dalla realtà, di successivi accorpamenti di altri vani.
Nonostante lo spazio limitato mai mancava il requisito fondamentale: il
focolare, quell’elemento catalizzatore attorno al quale si susseguivano i momenti
più significativi della vita familiare. Situato al centro della cucina (il caminetto, invece, era
addossato ad una parete o situato in un angolo della stanza), doveva restare sempre acceso, salvo
in occasione di qualche lutto. Nei suoi pressi spesso le donne partorivano ed i morti venivano
adagiati per ricevere l’estremo saluto dei vivi; ed è qui che gli anziani, attorniati da attenti e
silenziosi ascoltatori, si dilungavano nei
contusu de forredda (racconti di focolare), in cui si passava dalle leggende ai delitti,
soprattutto quelli perpetrati a scopo di vendetta.
L’
ampliamento della casa avveniva, quando avveniva, per giustapposizione o per
sovrapposizione. Il primo caso è tipico delle zone di pianura, dove si poteva realizzare con
facilità quella che oggi viene definita edilizia estensiva, mentre il secondo interessava le zone
montagnose, nelle quali la conformazione del territorio rendeva quasi obbligatoria la cosiddetta
edilizia intensiva.
Le abitazioni tradizionali del nord Sardegna e di montagna sono state sempre realizzate
in pietra, grazie alla disponibilità in loco della materia prima. Nel sud dell’isola il materiale
da costruzione più diffuso era il
mattone crudo, la cui produzione era basata sull’utilizzo di fango e paglia i
quali, una volta impastati con l’acqua, venivano compressi nelle apposite forme e fatti essiccare
al sole. Si ottenevano così mattoni pieni, chiamati
làdiri, con i quali si procedeva alla edificazione, limitando l’uso della pietra alla sola
parte bassa della casa, alle soluzioni angolari ed alle centine dei portali. Un elemento comune a
tutte le abitazioni era la copertura con tegole curve che ancora oggi si distinguono con la
definizione di “tegole sarde”, prodotte nel vicino centro di Silì dai cosiddetti
pabasa a sobi (spalle al sole).
Essendo tutta la tradizione sarda intrisa di riti pagani legati alla sorte ed al buon auspicio, non potevano mancare alcuni riti legati al mondo dell’edificazione; infatti per dare il via ai lavori bisognava rispettare alcune consuetudini, in particolare quella di gettare una moneta augurale nelle fondamenta ed evitare l’inizio e l’i naugurazione nei giorni di martedì e venerdì, considerati infausti, come infausti erano considerati i mesi di maggio ed agosto per il cambiamento di domicilio. Il rito più significativo si compiva non appena sistemato il tetto, che rappresentava una conquista: il proprietario della casa offriva a muratori e manovali un abbondante pranzo a base di carne arrosto e vino rosso, il quale veniva consumato su tavoli provvisori costituiti da cavalletti e tavoloni in legno utilizzati per la costruzione.
Per ciò che concerne l’ edificazione vera e propria dell’abitazione, una volta individuata la zona, gli operai scavavano nel terreno per ottenere la quantità di argilla necessaria che successivamente veniva impastata con acqua e paglia. Raggiunta la consistenza desiderata si procedeva alla costruzione di mattoni che prevedeva una precisa suddivisione del lavoro: uno o due operai impastavano argilla e paglia; un altro operaio, su pottadori, trasportava all’interno di una vaschetta di legno, su sciu, una quantità di argilla impastata vicino a su pesadori, il quale aveva il compito di pesare su ladiri e di formare il mattone mediante un attrezzo ligneo chiamato sestu.